Pietro Russo, l'imprenditore che si è ribellato al "pizzo" e ha ricostruito la sua azienda distrutta ripartendo da zero

A Santa Maria Capua Vetere il primo appuntamento delle iniziative dopo gli anni di terrore del clan dei casalesi e le esperienze del movimento antiracket

 

Pietro Russo è un imprenditore che vive e lavora a Santa Maria Capua Vetere, comune in provincia di Caserta: per anni – e per certi versi ancora oggi – è un territorio sotto il controllo del clan della camorra. Pietro Russo è il presidente dell'associazione antiracket locale: la sua è una esperienza fatta di coraggio e determinazione.

Proprio nella sua azienda si svolgerà la prima iniziativa per portare attenzione sui fatti che hanno segnato la vita nel casertano. L'appuntamento è per sabato 12 maggio alle ore 11 in via Avezzana, nel cortile antistante la fabbrica di materassi di Pietro Russo: partecipa, tra gli altri, anche il Commissario Straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura Domenico Cuttaia. Con lui Tano Grasso, il Presidente nazionale della FAI, insieme al Coordinatore delle associazioni FAI antiracket e antiusura in Campania, Luigi Ferrucci (Clicca QUI per leggere i dettagli dell'iniziativa).

“Tante persone – dice Pietro Russo - anche se non si fanno vedere in piazza con me, scelgono la mia attività per il gesto che ho fatto: c’è, quindi, un riscontro da parte delle persone che ti scelgono per quello che hai fatto”. 

Ma c’è ancora chi paga i clan. “Tutte quelle persone – dice Russo - che non si rivolgono allo Stato e pagano il “pizzo” lo fanno per un tornaconto. Oggi lo Stato c’è. Il “pagare per paura” non c’è più. I colleghi che pagano il “pizzo” lo fanno solo per convenienza. Ci sono tanti esempi, infatti, che dimostrano che si può denunciare senza ricevere alcuna ritorsione. Bisogna ribellarsi alla camorra: se vuoi bene alla tua terra non puoi stare ai loro giochi. Io – dice Russo - ho ricostruito tutto, ho deciso di restare qua perché sono convinto di stare nel giusto. Bisogna essere forti”.

 
 

La sua storia
Da “Storia del movimento antiracket” di Filippo Conticello (Collana Arcipelago di Rubbettino)

A Santa Maria Capua Vetere il 9 ottobre 2006 viene presentata la nuova associazione antiracket, nata a partire da una concreta esperienza processuale. Da un imprenditore di raro coraggio: Pietro Russo, proprietario di una fabbrica di materassi colpita dalla camorra, ha visto da vicino fin dove possono spingersi i criminali. La vita di Russo, oggi presidente dell’associazione “Santa Maria Capua Vetere per la legalità”, cambia nel 2002, quando in fabbrica entrano due ragazzi: dicono minacciosi che bisogna mettersi in regola. Dopo un po’ ne arrivano altri, lo portano a Casal di Principe, in un cortile, a incontrare Augusto Bianco, reggente del clan Schiavone. Il boss parla delle molte spese per i carcerati, arriva a chiedere 50mila euro subito, poi 15mila a Natale, Pasqua e Ferragosto. Cifre impensabili, ma i camorristi non danno pace, dicono di sapere che l’imprenditore ha parlato con i carabinieri e ha registrato le conversazioni. Russo nega, ma quando effettivamente si presenta in caserma per denunciare gli estorsori, si sente rispondere da un tenente: “Paghi, per quieto vivere”. Quell’ufficiale, qualche tempo dopo, sarà arrestato e sospeso dal servizio. Così, finisce per trattare, arrendersi al potere dei Casalesi, almeno fino a quando arriva in città un nuovo capitano, Carmine Rosciano. Che decide di far pulizia, prima in casa e poi fuori. A quel punto, finalmente, decolla l’indagine condotta dal pm Raffaele Cantone della Dda, oggi capo dell’Autorità nazionale anticorruzione con delega al controllo degli appalti di Expo 2015. Russo, stavolta, si fida e il 13 maggio 2005 denuncia, riconosce i camorristi nelle foto, documenta puntualmente le richieste estorsive, i 1.500 euro pagati per tre volte all’anno dal dicembre 2002 a Pasqua 2005. Tra l’altro, le indagini sarebbero state chiuse molto prima senza le troppe, insospettabili, complicità nascoste in questa grigia vicenda. Ad esempio, si scoprirà che c’è un maresciallo dei carabinieri che dà notizie al clan e un agente di polizia penitenziaria che consegna i messaggi di minaccia della camorra. La denuncia, inizialmente, è solitaria e, come spesso accaduto nella storia della Fai, l’associazione nasce proprio per erigere un muro attorno all’uomo che con coraggio rialza la testa. A collegarlo al movimento antiracket è la lungimiranza di Cantone, il primo a intuire l’enorme esposizione dell’imprenditore casertano. Il suo, infatti, è il primo processo di un operatore economico dentro Gomorra, in generale uno dei primi che permette di scoprire quel pezzo d’Italia dimenticato troppo a lungo. Nel maggio 2013 arrivano 8 condanne e un’assoluzione nel procedimento chiamato, non a caso, “Divise sporche”. Il successo processuale non cancella, però, gli anni durissimi, per la sicurezza personale e la stessa impresa, vissuti dopo la denuncia. Il 13 maggio 2008, di notte, precisamente alle 23 di un martedì sera, un incendio doloso distrugge l’Hardflex, la sua fabbrica di materassi in via Avezzana. I vigili del fuoco riescono a domare le fiamme solo qualche ora dopo, quando l’edificio è raso al suolo. È crollato il solaio e sono distrutti i prodotti finiti e le materie prime. Danni ingenti, calcolati in un milione e 500mila euro e i primi 60 mila servono solo per smaltire i rifiuti speciali accumulati. Nonostante i numerosi messaggi di solidarietà, però, partecipano solo poche decine di persone alla prima fiaccolata pubblica organizzata in suo sostegno. L’attacco appare subito inquietante perché colpisce il principale punto di riferimento del mondo dell’antiracket della provincia di Caserta, il primo operatore economico a denunciare e mandare in galera i Casalesi. Un attentato dai precisi contorni: non una insensata rappresaglia tanti anni dopo la denuncia, ma un messaggio all’imprenditoria della zona nel suo complesso attraverso un obiettivo altamente simbolico. Si colpisce Russo per quello che rappresenta e per chi rappresenta: presidente dell’unica (in quel momento) associazione antiracket dentro Gomorra, è un uomo tutelato dallo Stato con una scorta. Non ci si limita a danneggiare la fabbrica, ma la si rade al suolo, come a ribadire che senza un accordo con i clan è impossibile fare impresa. Insomma, il fuoco parla a tutti agli operatori economici che vogliono essere liberi nella terra dei Casalesi. In più, Tano Grasso, arrivato immediatamente a Santa Maria Capua Vetere per portare la solidarietà della Fai, intravede e denuncia pubblicamente una possibile, pericolosa escalation. […] Dopo tocca a Russo, che avrebbe potuto fare la stessa fine del povero Noviello: gli investigatori hanno chiarito che senza la scorta, accettata anche attraverso l’interessamento e la mediazione della Fai, il proprietario della fabbrica di materassi sarebbe stato ammazzato. Russo, dopo aver visto cancellata in una notte l’attività creata assieme al fratello 22 anni prima, nei giorni successivi vede pure sfumare gran parte delle commesse. Una porzione del territorio, infatti, resta ostile a lui e al suo ruolo di presidente dell’antiracket. Certi operai, addirittura, ricevono l’ordine dei clan di non lavorare lì durante la ricostruzione del capannone. Ma un anno dopo il rogo, il 15 maggio 2009, la fabbrica può finalmente riaprire, più attrezzata di prima. Con la benedizione delle istituzioni e la frase a effetto pronunciata dal sottosegretario Alfredo Mantovano: “Lo Stato c’è, ed è sempre al fianco di chi nello Stato crede”. Tra i tanti che applaudono commossi, corre un brivido nello scorgere Massimo Noviello, figlio del povero Domenico, che alla furia di Setola non è riuscito a sopravvivere.