Spartà, il ricordo a venticinque anni dalla strage: per non dimenticare Antonino, Vincenzo e Salvatore, vittime della mafia

Lunedì 22 gennaio iniziativa a Randazzo alla presenza di Tano Grasso, Presidente nazionale della FAI

 
 

Il 22 gennaio 2018, a venticinque anni dalla strage in cui persero la vita Antonino, Vincenzo e Salvatore Spartà, la FAI ricorderà le tre vittime innocenti di mafia uccisi per essersi ribellati alla richiesta di "pizzo".

Antonino, Vincenzo e Salvatore Spartà che vennero uccisi nel loro ovile nella contrada Stradella a Randazzo, comune in provincia di Catania, il 22 gennaio del 1993. I corpi straziati vennero ritrovati alle 21 e trenta di sera e solo dopo le insistenze della vedova di Antonino, Carmela Lo Castro e della figlia Rita Spartà

L'iniziativa si terrà alle ore 11 all'istituto "Don Lorenzo Milani" in via Veneto 4 a Randazzo, in provincia di Catania.
Prenderanno parte: Rita Pagano, dirigente scolastico; Michele Mangione, Sindaco di Randazzo; Enrico Gullotti, Viceprefetto vicario di Catania. 
Interverranno: Renzo Caponetti, coordinatore regionale della FAI in Sicilia; Tano Grasso, Presidente nazionale della Federazione; Carmelo Zuccaro, Procuratore della Repubblica di Catania e Vincenzo Panico, Prefetto e Commissario per le vittime di mafia. Al termine interverrà Rita Spartà.


 
 

Un estratto da "Storia del movimento antiracket 1990 - 2015"

"il 22 gennaio 1993 quando sono uccisi con fucili a pallettoni Antonio Spartà, padre 57enne, e i figli Pietro Vincenzo, 27, e Salvatore, 20. In contrada Stradella, nel loro ovile, perché per vivere fanno onestamente i pastori. Ma hanno una colpa enorme agli occhi del locale clan Sangani: non vogliono pagare il pizzo per riscattare l’auto rubata e, in più, hanno denunciato i presunti ladri-estorsori con una lettera anonima ai carabinieri. Nel tempo, gli agenti hanno provato a ricostruire gli eventi che hanno portato a quell’azione esemplare contro gli Spartà, colpevolidel gran rifiuto alle regole della famiglia più potente del paese. Uno dei collaboratori di giustizia, Alfio Fornito, avrebbe perfino partecipato a un sopralluogo nell’ovile prima della strage. Tra le cause scatenanti, anche la telefonata di un anonimo al 112 per far arrestare due fratelli Sangani, impegnati in quel momento a smantellare auto rubate in una campagna vicina. E poi l’onta subita dal capoclan Oliviero Sangani, picchiato nella piazza centrale del paese da Vincenzo Spartà, deciso a non piegarsi alla tangente mafiosa. Poi la coincidenza temporale: la strage avviene proprio quattro giorni dopo il ritorno in libertà degli stessi due membri del clan arrestati. Purtroppo sull’intera vicenda esigui sono stati i risultati processuali: di 10 indagati totali sono arrivati a processo in tre, uno solo dei Sangani condannato. Una beffa denunciata senza stancarsi mai da Rita Spartà, primogenita della famiglia, la prima, assieme alla mamma e a un amico dei fratelli, a scoprire i tre corpi senza vita ancora caldi. È lei a fornire nomi e circostanze da spendere subito nelle indagini, eppure, dopo qualche mese, gli uomini inizialmente in manette vengono scarcerati per carenza di prove. Rita, però, si ostina a voler dare una portata nazionale al caso e, il 16 aprile 1997, intervenendo su Canale 5 al “Maurizio Costanzo Show”, rivela di aver denunciato ai carabinieri gli assassini dei suoi cari e accusa la magistratura di non impegnarsi adeguatamente. La donna, 27 anni al momento del delitto, è decisa ad andare in fondo e durante un incontro  60 con il presidente della commissione parlamentare antimafia dell’epoca, Ottaviano Del Turco, manifesta pure la disponibilità a entrare in polizia. Ma è l’incontro con la Fai a dare il sostegno necessario, a creare una rete di solidarietà capace di resistere al tempo e di premere per una svolta al processo. A 20 anni di distanza dal sangue, nel 2013, è sempre la Federazione a ricordare le vittime in una commossa cerimonia pubblica a Randazzo. Un anniversario festeggiato assieme a istituzioni e ai dirigenti dell’antiracket siciliano, con la richiesta solenne alla magistratura di riaccendere i riflettori, di interrogarsi su cosa sia stato fatto e su cosa ancora si debba fare. L’obiettivo è catturare finalmente l’intero commando di dieci persone, che incredibilmente vive e si muove nel piccolo paese. Non è vendetta, ma l’indispensabile atto per rimarginare una ferita. Soprattutto quella di Rita, quasi una moderna Antigone: come l’eroina tragica, non potrà davvero seppellire i membri della propria famiglia distrutta finché non avrà giustizia. Potrebbe finalmente averla adesso, grazie al progresso scientifico e a indagini di laboratorio inimmaginabili al tempo del triplice omicidio. Il legale della Spartà, l’avvocato Franco Pizzuto, ha da poco chiesto la riapertura di nuove indagini contro cinque persone a suo tempo inquisite, ma mai processate. Sono proprio quelle denunciate da Rita subito dopo la strage. L’autorità giudiziaria ha disposto l’incidente probatorio: nei reperti del tempo potrebbero essere rimaste tracce biologiche di uno degli assassini.