Buon Natale a Bobò e a tutti i colleghi che hanno denunciato il "pizzo"

La lettera di auguri della Federazione agli operatori che hanno deciso di ribellarsi al racket

 

Nel mondo della lotta al “pizzo” ci sono tante storie che vale la pena raccontare. Non solo per una giusta ricostruzione dei fatti ma anche per capire qual è lo stato di salute dell’antiracket e quali sono le strategie migliori per combattere il fenomeno che attanaglia migliaia di operatori, commercianti e imprenditori, facendo gonfiare le casse di clan, ‘ndrine e cosche. Le mafie fanno delle estorsioni il mezzo utile per il controllo del territorio, per assicurarsi consenso e incutere terrore imponendosi con forza e violenza. Già da tempo esistono diversi strumenti per le vittime di racket che denunciano e che permettono di riconsegnare alle stesse la giusta tranquillità.

Qualche settimana fa avevamo parlato del caso di Giuseppe Bruno, meglio conosciuto come “Bobò”. Bruno è il gestore di un ristorante a Pozzuoli, cittadina di mare a pochi chilometri da Napoli. Una attività commerciale importante e che ha saputo conquistarsi, nel tempo, anche un pubblico particolare, quello dei “vip” con la relativa fama del caso che ha portato il “Ristorante Bobò” anche all’attenzione degli uomini del sodalizio criminale che si è imposto sul territorio puteolano da diversi anni. A gennaio scorso due giovanissimi si presentano nel suo locale e, senza troppi giri di parole, avanzano richieste estorsive, specificando una somma di millecinquecento euro di “pizzo” al mese. Per incutere timore dichiarano di essere stati mandati dagli “amici di Pozzuoli” evocando il boss che è riuscito a imporsi in città. Bruno, senza alcun tentennamento, denuncia il fatto ai Carabinieri. Qualche giorno dopo si presenta nel suo ristorante il boss della zona in persona che chiede a Bobò di ritirare la denuncia. La richiesta di soldi non viene ripetuta: l’estorsione, questa volta, viene consumata sotto altra forma, ovvero con l’imposizione dei prodotti di mare che il ristoratore utilizza per preparare le sue prelibatezze culinarie. Merce senza tracciabilità e senza fattura. Sarà direttamente il genero del boss, un pescivendolo di Pozzuoli, a farli recapitare al ristorante.

La denuncia ai Carabinieri aiuta Bruno a riconquistare la sua dignità. Ma non tutti sembrano apprezzare il gesto. Viene annullato il posto per il suo gommone nel porto. I vicini di casa lo denunciano perché si dicono infastiditi dai cani dell’imprenditore. Circostanze legate alla decisione di Bobò e alle misure messe in atto dai Carabinieri su ordine della magistratura. Ma la tegola più pesante, oltre ai problemi con la camorra del territorio, è quella sul ristorante. Il proprietario del locale, dichiara Bobò ai giudici, solleva problemi sul rinnovo del contratto. Senza uno spazio adeguato vent’anni di lavoro in autonomia di Bobò svanirebbero insieme all’occupazione per quattordici dipendenti. La clientela cala. Mesi difficili per Giuseppe che vede attorno a se solo ostacoli. In realtà c’è chi lo aiuta e lo supporta. Oltre agli inquirenti, viene assistito anche dalla FAI, Federazione delle Associazioni Italiane antiracket e antiusura, da anni sul campo per la lotta alle svariate forme di “pizzo”. 

Ma le cose cambiano. La prima notizia è la condanna a otto anni di reclusione, con rito abbreviato, per Gennaro Amirante, commerciante ittico, genero del boss Gennaro Longobardi. Quest’ultimo, invece, sarà processato con rito ordinario per lo stesso reato, ovvero estorsione. Ad Amirante si è contestata l’aggravante di aver agito con metodo mafioso. «Una condanna esemplare che rende giustizia al coraggio di un imprenditore che ha deciso di rompere il muro dell’omertà» afferma Roberta Rispoli, avvocato che fa parte del team di legali della FAI. «Questo – aggiunte Rispoli - deve rappresentare uno stimolo alla denuncia anche per gli altri perché è testimonianza del fatto che la giustizia sa dare risposte rapide ed efficaci».

La seconda notizia è ancora più importante per Bruno. Il proprietario del locale, dimostratosi solidale con Bobò, ha rinnovato il contratto di locazione dell’immobile, risolvendo positivamente un problema, sciogliendo tutte le criticità. Bobò e il proprietario si sono trovati d’accordo e il ristorante può tranquillamente continuare a servire i suoi clienti. Bruno può continuare la sua attività commerciale senza fermarsi. L’esistenza di una comunità solidale nei confronti di chi denuncia il “pizzo” è una componente essenziale per chi denuncia per annullare l’isolamento della vittima. Bobò ha deciso di affidarsi allo Stato ma soprattutto ha deciso di stare nella legalità e contro le mafie.

Buon Natale Bobò! Buon Natale ai tuoi familiari e a tutti i tuoi collaboratori e a chi ti sostiene. Buon Natale a tutti quei colleghi che in questo anno hanno denunciato e collaborato con le forze dell’ordine. Buon Natale a tutti i soci delle associazioni antiracket sempre impegnati nel sostegno alle vittime. Buon Natale e grazie alle donne e agli uomini delle forze di polizia e della magistratura.