Lettera di Massimiliano, figlio di Domenico Noviello, imprenditore ucciso dalla camorra per aver denunciato le richieste estorsive

La solidarietà dopo l'articolo di Attilio Bolzoni su Repubblica

 

Nel 2001 io e mio padre denunciammo alla Questura di Caserta un tentavo di estorsione per gli introiti della nostra autoscuola a Castel Volturno. Con la nostra scelta contribuimmo alla cattura e alla successiva condanna di cinque affiliati al feroce “clan dei casalesi”.

Qualche anno dopo, esattamente il 16 maggio del 2008, arrivò la spietata vendetta.

Mio padre Domenico Noviello fu barbaramente ucciso da un commando di dieci persone con ventidue colpi di pistola. La spietatezza del delinquenti doveva servire, oltre che a punire in maniera “spettacolare” con una scenografica dimostrazione di forza chi aveva osato dire "no" al clan, anche come eclatante atto dimostravo per terrorizzare tu gli altri commercianti, riaffermando il loro dominio sul territorio. Da quel tragico giorno vivo sotto scorta.

Sono grato con tutto il cuore a coloro che mi tutelano, ringrazio veramente tutti, dalle autorità che lo hanno deciso, agli agenti che scrupolosamente mi accompagnano nella mia quotidianità. Ma devo prendere atto, con rammarico, che la mia vita è comunque priva di libertà. Vivo con la costante preoccupazione che possa sempre accadere qualcosa alla mia famiglia, ma mai e dico mai ho avuto il minimo ripensamento sulle mie scelte. Non mi è stato possibile continuare l'attività di famiglia, ma grazie all’interessamento della Federazione Antiracket FAI, ho avuto subito dallo Stato un sostegno per intraprendere una nuova attività.

La mia storia, a differenza di quella di mio padre, non è più una storia di solitudine. Nell'immediato la FAI, e nello specifico Tano Grasso, mi hanno aiutato a rialzarmi quando tutto mi sembrava finito. Mi sono stati vicino in tribunale, per il processo agli assassini di mio padre Domenico Noviello. A ogni udienza ero circondato dalla solidarietà e dall’affetto degli imprenditori aderenti alla FAI, dagli amici di “Libera” e del Comitato “don Peppe Diana" ed è per queste persone "speciali” che scrivo, per esprimere il mio profondo disagio, anzi paura, per questo clima ostile verso chi ha scelto di dedicare la propria vita alla lotta contro la camorra e le mafie.

Il 10 maggio scorso sono rimasto sconvolto dalla lettura di un articolo che gettava ombre sull’operato della FAI e sul suo Presidente Onorario Tano Grasso. Essendo in prima persona impegnato nel Direttivo dell’Associazione Antiracket di Castel Volturno, simbolo del riscatto di questo luogo, mi sento direttamente coinvolto nelle vicende della FAI.

Non sono così ingenuo da ignorare i possibili pericoli di infiltrazione nelle associazioni che si battono per la legalità ma ciò non significa che deve essere motivo per denigrare tutti e costringerci a una resa.

Conosco bene Tano Grasso e gli amici della FAI, sono legato a loro da vincoli di profonda amicizia, e dico in piena coscienza che senza la competenza e l’umanità di queste persone non mi sarei mai liberato dalle angosce che mi hanno a attanagliato per un lungo periodo. Non ho paura quindi di esprimere la mia solidarietà e la mia incondizionata fiducia sul loro operato. Ciò che più mi preoccupa, invece, è che si possa distruggere il tanto lavoro fatto in questi anni.

Massimiliano Noviello, figlio di Domenico Noviello, ucciso dal “clan dei casalesi” il 16 maggio 2008 a Castel Volturno per essersi rifiutato di pagare il pizzo.