Lettera di Lucio Cerasuolo, imprenditore che ha denunciato il "pizzo"

La solidarietà dopo l'articolo di Attilio Bolzoni su Repubblica

 

Gent.mo Dott. Tano Grasso,
mi sento in obbligo di scriverLe per dimostrare la mia solidarietà rispetto agli attacchi ricevuti dal cronista del quotidiano La Repubblica del 10/05/2017 che mirano, a mio parere, a destabilizzare e soprattutto vanificare tutto l’impegno da Lei profuso in questi anni di Antiracket.

Chi è fuori dal problema sicuramente non conosce la dinamica dei fatti, non sa come si vive quando in un cantiere piuttosto che in un’attività commerciale, si presenta un emissario dei cartelli mafiosi o camorristici di zona a chiedere il pizzo.

L’imprenditore in quel momento si sente cadere il mondo addosso, comincia a pensare inizialmente di mollare tutto, poi ,ancora troppo spesso, per non rischiare la propria incolumità e quella dei propri familiari . anche calpestando i propri principi, comincia a valutare di cedere alla richiesta per paura delle eventuali ritorsioni che potrebbero esserci denunciando.

Lei con la saggezza frutto della Sua esperienza personale, è riuscito a far comprendere che per essere Uomini Liberi e soprattutto per consegnare un futuro migliore ai nostri figli, bisogna denunciare. La paura si vince condividendola con altri colleghi, perché la forza è nel non restare mai soli. Infatti ha sempre assicurato e garantito la piena e incondizionata assistenza alla vittima, della FAI, in tutte le fasi dalla denuncia al processo.

Come ben sa sono un imprenditore Edile che nei 38 anni di attività non ha mai piegato la testa, ho sempre denunciato quando ho avuto la sgradita “VISITA“ in cantiere o se è capitata qualche offerta di lavoro in quartieri particolarmente a rischio, ho preferito rinunciare perchè ancora non la conoscevo personalmente e il rapporto con le Forze dell’Ordine non era quello che Lei con il Suo impegno e lavoro è riuscito a creare.

Prima ero solo, non potevo/ volevo condividere il problema in famiglia, se ne parlavo con qualche collega mi veniva risposto che non valeva la pena di rischiare , bastava trasferire la richiesta al committente che sicuramente, per paura di ritorsioni, avrebbe pagato al mio posto, ma la mia coscienza me lo impediva.

Nel 2005, ci siamo conosciuti, proprio nel momento in cui avevo appena interrotto la ristrutturazione di una palazzina perché erano venuti i soliti “ amici “ a chiedere il pizzo e Lei immediatamente si è prodigato per accompagnarmi in Questura a fare la denuncia; ha seguito con costanza e impegno le varie fasi che hanno portato al riconoscimento e all’arresto dell’estorsore e del gruppo camorristico di riferimento; ma non è finita li perché quando è arrivato il momento del processo tanto Lei quanto un ampio gruppo di altri imprenditori siete stati presenti in Tribunale il giorno della mia deposizione dando la serenità necessaria per affrontare il confronto visivo con gli imputati ed i familiari presenti in aula.

E’ cominciata da quel momento la bella avventura con Lei e la FAI perché condividiamo la stessa convinzione, cioè è possibile poter svolgere la propria attività lavorativa in libertà senza dover sottostare alle prepotenze malavitose, cosa che prima sembrava un utopia. E’ per questo che ho deciso di partecipare alla vita associativa, al fine di aiutare i colleghi imprenditori ad intraprendere lo stesso percorso.

Circa la polemica relativa ai professionisti dell’Antiracket che sperperano allegramente fondi Pubblici, conoscendo molto bene la Sua integrità morale e intellettuale, mi sento di affermare, senza paura di smentita, che certamente non è il Suo caso né della FAI. Sono perfettamente a conoscenza dei problemi quotidiani che vive la FAI per sostenere le spese minime di mantenimento di una sede che, con esclusione del breve periodo del Progetto Ministeriale “PON SICUREZZA”, sono state sempre coperte dal contributo volontario dei soci.

Non dimentico gli scontri che per il passato abbiamo avuto in quanto io sostenevo che tutti i soci delle Associazioni aderenti alla Fai dovevano versare una quota annuale fissa per contribuire alle spese della sede e Lei era contrario perché la FAI era nata come associazione di volontariato e in quanto tale non si poteva imporre una tassa obbligatoria.

In conclusione, mi permetto di farLe una citazione del nostro Grande Poeta “ NON TI CURAR DI LORO MA GUARDA E PASSA “ e, rinnovandole la mia grande stima, la prego di non farsi prendere dallo sconforto per gli attacchi a cui è ingiustamente sottoposto perché noi tutti, imprenditori e commercianti, abbiamo bisogno della Sua conoscenza ed esperienza per mantenere vivo quanto costruito in questi anni.

Lucio Cerasuolo