Lettera di Pietro Russo, Presidente dell’associazione FAI antiracket di Santa Maria Capua Vetere e testimone di giustizia

La solidarietà dopo l'articolo di Attilio Bolzoni su Repubblica

 

Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 2008 la sua fabbrica di materassi, la “Hardflex”, venne distrutta da un incendio terribile, perpetrato dal clan dei casalesi. L’attentato è l’epilogo di una lunga storia. Era Pasqua, due ragazzi in maniera arrogante chiesero di parlare al padrone; rivolgendosi nei miei confronti in maniera sbrigativa dissero "Dovete mettervi a posto con Casal di Principe"». Cercai di prendere tempo ma dopo qualche giorno mi prelevarono e mi portarono in un casale in ristrutturazione, dove mi attendevano dieci uomini, i quali mi intimarono di pagare cinquantamila euro subito e quindicimila tre volte l'anno: a Natale, Pasqua e Ferragosto. Con rabbia risposi che non avevo i soldi e che se anche li avessi avuti non glieli avrei dati, cosa che scatenò la minaccia per me e per la mia famiglia.
Dopo un paio di settimane, senza pensare al rischio che correvo, tornai dai camorristi con addosso due registratori, dicendo che volevo trattare, ma era in effetti una sceneggiata per raccogliere prove. Dopo esserci accordati dando cinquantamila euro subito, e tre rate di 1.500 euro ogni anno, mi recai immediatamente dai Carabinieri, raccontando tutto ad un tenente del nucleo operativo della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere. Gli consegnai anche uno dei due registratori, ma lui me lo restituì senza farmi firmare la denuncia, anzi dicendomi: “Ti conviene pagare, in fondo la somma non è tanto alta...”. Sentendomi perso, ancora di più quando, dopo un paio di giorni, un “amico degli amici” mi disse che i Casalesi avevano saputo della sua visita ai Carabinieri, negai tutto e rassegnato cominciai a pagare. Ad un certo punto, però, le cose cambiarono. Il tenente corrotto fu arrestato, al suo posto arrivò un capitano che mi avvicinò e mi chiese se volessi ancora denunciare i taglieggiatori. Fidandomi sia del capitano, sia dei due magistrati Cantone e D’Alessio, confermai tutto e consegnai i nastri con le registrazioni delle voci dei camorristi. Ne arrestarono nove, finirono sotto processo e furono condannati. Quando andai in aula a deporre e gli accusati mi fecero il segno della croce da dietro le sbarre della gabbia, ormai non ero più solo: al mio fianco, dandomi grande sostegno, erano presenti in aula Tano Grasso e la FAI. Una cosa è dover fronteggiare da solo chi ti ha minacciato e i loro tanti parenti sempre presenti in aula, altra è avere alle spalle una rete di imprenditori solidali. Fondamentale è stato anche l’aiuto avuto dall’ufficio legale della FAI, grazie al quale ho potuto rimettermi in sesto e ricominciare a fabbricare materassi.

Questa in sintesi la mia storia. Un calvario comune a tanti commercianti come me che negli anni passati vivevano queste angosce in grande solitudine. Oggi sono presidente dell’associazione FAI Antiracket di Santa Maria Capua Vetere e ne sono orgoglioso. Mi fido di Tano Grasso, della sua competenza e della sua capacità di far nascere associazioni, unico strumento utile che conosco per combattere il racket con successo. Non si può tornare indietro!

Pietro Russo, presidente dell’associazione FAI Antiracket Santa Maria Capua Vetere, testimone di giustizia che vive da molti anni sotto scorta.