Lettera di Giuseppe Scandurra, Presidente della FAI

La solidarietà dopo l'articolo di Attilio Bolzoni su Repubblica

 

Scrivo in riferimento all’articolo apparso su La Repubblica del 10 Maggio a firma di Attilio Bolzoni “La battaglia antipizzo dei coraggiosi e quella che lucra sui fondi pubblici” ove si leggono parole quali: “cassaforte svuotata”, “paladino fantasma”, “ mortificata dai professionisti dei rimborsi l’esperienza di Libero Grassi ” e poi nel commento si cita Tano Grasso e la FAI. Sono Pippo Scandurra, Presidente della FAI (Federazione Antiracket Italiana) con sede a Napoli. Sono siciliano ed il mio impegno, come quello di tutti, è stato sempre e solo di puro volontariato. Mi onoro di rappresentare oggi questa federazione che è nata dal bisogno di muoversi, costruire, sconfiggere la rassegnazione. Storie di speranza, di vita, di testimonianza vera che ha prodotto nel nostro paese una vera realtà, fatta di 70 associazioni sparse in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Basilicata e Lazio. Ho conosciuto Tano Grasso e l’ho frequentato durante il processo dell’ACIO di Capo d ‘Orlando, celebrato nella mia città, Patti. Subito dopo, nel 1994, aiutato da Tano ho fondato l’associazione di Patti che, dopo Capo d’Orlando, Sant’Agata Militello ed altre hanno rappresentato il risveglio civile della popolazione meridionale. A Patti, Tano Grasso, mi aiutò a convincere alcuni imprenditori che denunciarono e fecero arrestare 8 soggetti legati alla criminalità organizzata di Barcellona (Operazione tentacoli). Subito dopo vennero altri processi (per tutte “Wall Street” nel nebroideo) e collaborazioni molto importanti nei territori di Milazzo, Terme Vigliatore, Barcellona Pozzo di Gotto e Messina. In tutte queste attività Tano Grasso è stato da sostegno e d’aiuto, la sua presenza, infatti, non è mai mancata. Sempre lui mi ha fatto conoscere familiari di imprenditori uccisi dalla mafia e testimoni di giustizia: Pina Maisano, Davide ed Alice Grassi, Rita Spartà, Domenico Noviello, Francesca Evangelista (vedova di Gaetano Giordano), la famiglia Pannunzio, ecc.. Storie di uomini e donne che avevano vissuto nella solitudine, senza respiro, che hanno saputo trasformare il loro dolore in una testimonianza pubblica, dignitosa e forte. Si deve a Tano Grasso la capacità di far comprendere che con la denuncia si vive in maniera diversa, rimanendo nel territorio con i propri affetti, senza dover scappare. Importanti infatti i suoi contributi, che hanno portato alla creazione di norme quali la Legge 44\99, che diede e da la certezza, agli imprenditori che denunciano, di essere risarciti per i danni subiti. Restituzione e risarcimento non solo monetario ma, sopratutto, un risveglio delle coscienze, della dignità, della libertà. Possibilità di ricostruire la propria impresa più bella di prima. Questa è stata ed è una vittoria dello Stato. Siamo stati al fianco di testimoni di giustizia che non abbiamo mai lasciato soli nella vita, nei processi, nel lavoro, tutti nell’ottica di stare “Insieme”. Se siamo arrivati a questa meta e se la viviamo come stimolo per il futuro è perché abbiamo saputo vivere ogni giorno di questi 27 anni come se fosse il primo giorno. Questo mi ha e ci ha insegnato Tano. Mai scoraggiarsi, apparire sempre forti, solo così si può dare futuro e speranza, non basta l’indignazione o la partecipazione ad iniziative solo per apparire. Bisogna andare oltre. Occorre passare attraverso atti veri che ognuno di noi deve compiere nel luogo in cui vive e lavora. Occorre credibilità ed una grande  attenzione e riservatezza, ciò per il rapporto con le Prefetture, Forze dell’Ordine e Magistratura, che in questi anni ci hanno consentito di ottenere  risultati straordinari e di rimanere immuni da infiltrazioni e strumentalizzazioni, diventando punti di riferimento per le vittime delle mafie. Certamente laddove esistano delle colpe personali è bene che chi ne sia responsabile paghi, ma laddove, invece, si cerca di accusare per distruggere associazioni, persone, che hanno reso un servizio alla società con onestà, chiarezza, trasparenza, c’è sicuramente il pericolo concreto di attivare la macchina del fango e distruggere chi in questi anni ha lottato per lo Stato ed i cittadini. Ho sempre ritenuto il giornalista uno scrittore della verità, che si caratterizza per il massimo rigore nella ricerca delle fonti, nella verifica dei fatti. Purtroppo per l’articolo apparso su La Repubblica non è così. Si è data una notizia, ben sapendo di colpire chi lavora e si impegna a rischio della propria vita. Una giusta informazione riesce a combattere la mafia ed a sollevare le coscienze di molti, in particolare nelle nuove generazioni. La coscienza e la sensibilità antimafia deve tanto alla penna di giornalisti, scrittori, storici, che hanno perso la vita o vivono sotto tutela proprio per le verità che hanno reso pubbliche. La verità non può, però, avere convenienze. La verità è dialogo, franchezza e niente è peggiore dello screditare una esperienza meravigliosa e pubblica. Intendiamoci le critiche sono benvenute, aiutano a sbagliare di meno, ma le aggressioni, le falsità, non possiamo accettarle. Capisco come sia stato facile colpire Tano Grasso e la FAI. Non abbiamo cappelli, padroni, associazioni di categoria, partiti, giornali, Siamo Liberi. Abbiamo solo la coscienza di avere le chiavi di una cassaforte piena, non certo di denari, ma ricca di credibilità e dignità. Per questo sono indignato e spero che la storia straordinaria di questi anni non finisca per colpa di qualcuno.

Giuseppe Scandurra, Presidente della FAI