Riflessione di Luigi Ferrucci dopo l'articolo di Repubblica

La risposta del Vicepresidente nazionale della FAI nonché Presidente dell'associazione FAI di Castel Volturno


Parlare seriamente di mafia, ricordarne giustamente le vittime, occuparsi di beni confiscati e del loro utilizzo, formare i giovani a una cultura della legalità, sono tutte cose importanti e necessarie per cambiare il nostro Paese; in questa direzione molto bene si muove Libera, con i suoi campi, le sue imprese sociali e le tante iniziative in tale direzione. Il mondo dell’antiracket FAI, il nostro mondo, è un po’ diverso. Fatto in prevalenza di imprenditori e commercianti che hanno denunciato, manca probabilmente di quella nota sentimentale, pur affascinante ed importante, che talvolta contraddistingue il mondo dell’antimafia. A volte potrebbe apparire persino che alcuni suoi esponenti siano privi di quella sensibilità, di quell’approccio culturale al fenomeno mafioso atto a contrastarlo adeguatamente e farlo gradualmente rifiutare soprattutto dalle giovani generazioni. La mafia, nelle sue molteplici varianti, è un parastato dalla storia lunga che ha al suo interno tutte le componenti proprie di uno Stato: i suoi capi, i suoi politici, i suoi colletti bianchi, le sue scuole di strada, la sua ala militare. Tramite quest’ultima conquista i territori, controllandoli e gestendone l’economia tramite l’imposizione del pizzo, riempendo al tempo stesso le proprie casse. Nella prima linea di questa guerra ci sono proprio gli operatori economici, i primi ad essere attaccati; tra questi, vi è chi soccombe e si piega al ricatto mafioso, chi è acquiescente e chi invece, come noi, vi si oppone con coraggio ed intelligenza, creando quella rete di solidarietà cresciuta in maniera importante negli ultimi anni soprattutto grazie all’esperienza, al lavoro ed alla dedizione di Tano Grasso. Il nostro modo di contrastare le mafie è dunque diverso, il nostro è un approccio più silenzioso, strategico se vogliamo, richiede intelligenza e tanta abilità nel sapersi interfacciare costruttivamente con le Istituzioni e con le Forze dell’Ordine in modo tale che le associazioni antiracket si pongano tra esse e il commerciante che deve denunciare. Per fare ciò ed assistere le vittime di estorsione ed usura, c’è bisogno di avvocati, di esperti del credito, di psicologi, di commercialisti, di comunicatori, di personale amministrativo. In altre parole, la nostra azione richiede professionalità: a professionisti del crimine si devono necessariamente contrapporre professionisti dell’antimafia. Altrimenti, non c’è partita, si è destinati a soccombere tutti al potere mafioso. Avere coraggio, contrastare la mafia, significa per noi denunciare, essere resilienti a ogni imposizione mafiosa, rifuggire ogni illegalità. Fare squadra. Il nostro mondo di volontariato è fatto da tante donne e uomini con pregi e difetti, da persone normali che spesso discutono duramente, fanno cose giuste e a volte cose sbagliate. Ma un fatto certo che andrebbe riconosciuto da tutti e soprattutto dalla politica è che, in decenni di battaglie vinte e qualcuna persa, queste persone hanno riconquistato pezzi di territorio togliendoli alle mafie. Solo per restare in Campania, pensiamo a Ercolano, pensiamo a Castel Volturno, pensiamo alle strade e piazze liberate dal pizzo a Napoli e nelle province. Senza le associazioni antiracket, ne siamo convinti, il duro lavoro della Magistratura e delle Forze dell’Ordine resta certo un risultato eccellente, ma non è definitivo, così come purtroppo accade ancora laddove tanti nostri colleghi commercianti continuano a non fare la loro parte. Se gli operatori economici continuano ad essere disposti a pagare, il circolo vizioso non si romperà mai: il lavoro prezioso della FAI è proprio questo, rendere infertile il terreno alle mafie promuovendo la denuncia. Questo lungo cammino, iniziato non a caso in Sicilia, continua a cambiare il nostro Paese dal basso, spesso in silenzio, a volte subendo attacchi mediatici come quello su “La Repubblica”, con il quale si denigra in maniera irresponsabile non solo Tano Grasso, ma tutto il movimento antiracket della FAI. In ogni categoria vi possono essere persone sbagliate. Nella politica, tra le Forze dell’Ordine, nella Magistratura, tra gli stessi giornalisti e quindi anche nel mondo dell’antimafia. Sparare nel mucchio senza i dovuti distinguo è un errore imperdonabile e rischioso che fa il gioco delle mafie, spesso volutamente. Invece di sottolineare le tante storie di solidarietà umana ed anche economica ricevuta da imprenditori che pensavano di aver perso tutto dopo la denuncia e che invece si son potuti risollevare più forti di prima, grazie allo Stato e alla FAI che li ha aiutati, si preferisce fare lo scoop sullo scortato “lasciato solo”, fare di tutta l’erba un fascio non appena qualche delinquente viene beccato, far passare spesso l’idea che chi denuncia poi ha finito di campare e di lavorare; fa più effetto, in poche parole, dire che lo Stato ti abbandona e così via, senza evidenziare che sono episodi rari rispetto alle tante storie vincenti, seppur sofferte, come quelle che abbiamo più volte raccontato.

Luigi Ferrucci, Vicepresidente nazionale della FAI nonché Presidente dell'associazione FAI di Castel Volturno