È scomparso Francesco Signorino, l'imprenditore di Capo d'Orlando che si ribellò al "pizzo"


La notte scorsa, all’età di sessantasette anni, nella sua Capo D'Orlando (in provincia di Messina), si è spento Francesco "Ciccio" Signorino, stimato esponente del mondo antiracket siciliano e italiano. Grazie al sostegno dell’Associazione ACIO (commercianti e imprenditori contro il racket) fu il primo imprenditore a denunciare il “pizzo” dopo le richieste estorsive alla concessionaria che gestiva insieme al fratello Giovanni nella cittadina sicula.

«È stato uno dei primi imprenditori a ribellarsi alla regola del “pizzo” - dice Enzo Mammana, presidente dell’Acio – Un elemento storico per l’antiracket e un pilastro per la nostra azione. Lo ricordo come un uomo molto coraggioso e senza mezze misure. Un imprenditore serio che non ha mai arretrato di un centimetro di fronte all'ingiustizia e agli uomini del racket. Una persona molto schietta che mirava dritto al cuore delle questioni.»

La FAI Antiracket si stringe al dolore per la perdita di Francesco Signorino.

«Del resto, in quegli anni tempestosi in paese ci si aspetta di tutto, come sanno i fratelli Francesco e Giovanni Signorino. Nell’estate del 1990 trovano l’insegna della loro concessionaria di auto crivellata da colpi di fucile. Dopo qualche giorno si presenta anche lì il solito Armando Craxì, l’esattore dei Bontempo che ha fatto visita a Damiano e sarebbe stato poi ucciso in un agguato mafioso dal palermitano Francesco Franzese, oggi collaboratore di giustizia: “Lei lo sa, i ladri ci sono sempre stati, sono quattro ragazzacci che devono campare anche loro. Io cerco di mettere la pace [...] Lei raccoglie quattro-cinque milioni…”, gli dice. E poi ancora: “Noi ci occupiamo di altro, queste piccole cose non ci interessano… Ci interessa il cemento, le grandi imprese, i grandi affari”. Insomma, alimenta il suo spessore criminale, ma poi torna in officina per avere un’auto usata “a gratis” e una berlina “in prestito”. La morte di Craxì non ferma i tentativi di estorsione e i no di Signorino portano alla ritorsione violenta: il 31 ottobre i mafiosi entrano nella concessionaria, devastano alcune auto nuove e incendiano i locali. Così il 2 novembre suona di nuovo il telefono: “Hai la testa dura non hai capito che devi pagare cento milioni? Altrimenti te la facciamo saltare la testa”. Alla lunga, decide di presentarsi perfino il fratello del capoclan, Sebastiano Bontempo Scavo: ha comprato un’auto firmando cambiali mai pagate alla scadenza e ora pretende 12 una nuova macchina, ancora più potente, proponendo però la sua mediazione per “aggiustare” il problema. “Ci parlo io con i ragazzi e vedrai che non succederà più nulla. Basta un milione o un milione e mezzo al mese”, la sua proposta. La settimana successiva, quando Bontempo Scavo torna per avere una risposta, nella zona trova chi non si aspetta: i carabinieri.»

“Storia del movimento antiracket 1990-2015”, Filippo Conticelli, collana Arcipelago diretta da Tano Grasso, Rubbettino Editore