Intervento introduttivo di Tano Grasso all’incontro con il Ministro Alfano

Appena cinque giorni fa gli uomini della squadra mobile di Bari hanno arrestato cinque estorsori. Si potrebbe dire “niente di nuovo”, per fortuna non passa giorno che le nostre forze di polizia non eseguano misure di custodia cautelari disposte dall’autorità giudiziaria. Ma in questa operazione di Bari c’è un fatto nuovo, un inedito assoluto per quella città, qualcosa che rappresenta una decisiva svolta. Per la prima volta anche a Bari si applica con successo il modello dell’associazionismo antiracket nato oltre 25 anni fa in Sicilia. Due parole per raccontare cosa è accaduto. Meno di un anno fa, nell’ambito delle iniziative del PON Sicurezza, nella prefettura di Bari, alla presenza del viceministro Bubbico, viene presentata l’associazione antiracket aderente alla FAI. A ottobre un giovane commerciante del quartiere Carrassi stanco di rintuzzare le continue richieste estorsive cerca il numero di telefono dell’associazione, chiama e subito si incontra con i nostri dirigenti. Quella sera si presenta accompagnato da altri sette colleghi. L’indomani sera quei commercianti incontrano il dirigente della squadra mobile e da subito uno di loro formalizza la prima denuncia. Poiché siamo di fronte ad un’attività estorsiva che riguarda presumibilmente altri esercizi commerciali, assieme a questi primi commercianti cerchiamo di individuare i colleghi da avvicinare. E di nuovo parte il lavoro di sponda con la polizia. Di nuovo altri incontri, all’inizio con molte resistenze, poi, a mano a mano che noi discutiamo con i colleghi e che loro avvertono la condivisione della loro condizione, queste resistenze diminuiscono e altri scelgono di denunciare. Questo è il modello dell’associazionismo antiracket: commercianti che hanno vissuto l’opposizione al pizzo convincono altri commercianti a denunciare, e possono farlo perché sono la prova concreta di chi si trova in sicurezza e continua a lavorare tranquillamente nella propria azienda. E’ il modello di Ercolano, è il modello di Gela, di Vieste come lo fu venticinque anni fa di Capo d’Orlando. La forza di questo modello risiede in un solido rapporto di collaborazione con le forze dell’ordine. Un altro esempio che voglio ricordare ha avuto purtroppo un epilogo drammatico. Siamo a Napoli nel quartiere di Fuorigrotta. Da pochi giorni un nostro collega, che precedentemente aveva denunciato richieste estorsive ricevute in altri negozi della città, apre un nuovo punto vendita e immediatamente si presentano gli uomini del racket della camorra. Il nostro collega sa bene cosa fare e subito ne parla con la squadra mobile di Napoli. Si applica una modalità d’intervento che da molti anni si è affinata soprattutto nell’ambito dei cantieri edili e di cui sempre più spesso si parla nelle sentenze di condanna. Sul cantiere si presenta l’estortore che obbliga gli operai a smettere di lavorare e dice loro di dire al “masto” di mettersi a posto; da’ l’appuntamento al titolare per l’indomani mattina; subito l’imprenditore si rivolge all’associazione e viene accompagnato in questura; quando l’estortore torna sul cantiere crede di parlare con il “masto”  e invece sta parlando con un poliziotto vestito da muratore che diventa il destinatario della richiesta estorsiva e, quindi, colui che sarà il teste decisivo dell’accusa nel processo. Questa modalità intelligente riduce l’esposizione personale dell’imprenditore e di fatto ne incoraggia altri a collaborare. Tutto questo si può fare perché ci sono uomini e donne delle forze dell’ordine che operano con straordinaria professionalità e passione. E soprattutto con grande generosità capaci di immedesimarsi nei sentimenti delle vittime. Nicola Barbato sta pagando il prezzo di questa sua generosità. E’ un poliziotto di grande esperienza con oltre venti anni di servizio, che vestito da commesso aspettava l’estortore nel negozio di giocattoli di Fuorigrotta. Era lì perché un commerciante aveva denunciato ed era lì per tutelare il più possibile la sua sicurezza. La sera del 24 settembre scorso alle ore 20,15 viene ferito in maniera gravissima ed oggi si trova ricoverato in una struttura specializzata senza poter condividere la vita della famiglia e quella del lavoro. Nicola è uno di noi, uno come noi, uno che lavora e rischia per noi: per questo abbiamo avvertito questa tragedia come se riguardasse ognuno di noi, per questo subito ci siamo precipitati in questura per avvolgere con una catena umana Guido Marino e i suoi uomini, in una città che non sempre si è dimostrata all’altezza dei sacrifici di poliziotti, carabinieri, finanzieri. E consentitemi di dire, per l’amore che porto alla mia città adottiva, che Napoli non è solo la città di Gomorra, c’è una città che da tempo resiste e si oppone alla camorra e che le rappresentazioni stereotipate non riescono a vedere o non vogliono vedere. Che continuerà a crescere anche senza avere le prime pagine dei giornali. Da quando è iniziata venticinque anni fa la nostra storia ci siamo dovuti confrontare con pregiudizi e sottovalutazioni: qualcuno ci diceva sì che era importante quello che facevamo, ma la nostra era una battaglia di retroguardia perché il racket era un fenomeno di serie B, marginale negli interessi di Cosa nostra, residuale nelle strategie mafiose. Poi veniva la suggestione di una mafia proiettata in una dimensione così sofisticata da non avere alcun interesse alle centinaia di euro di un commerciante. Purtroppo non era così venticinque anni fa e non è così oggi ! Che la mafia dalle sue origini abbia dimostrato una capacità di aggiornamento e di adeguamento alle dinamiche della società, ciò costituisce uno dei suoi punti di forza; che le dinamiche estorsive si siano evolute e modificate nel tempo, anche questo è un dato di fatto. Non bisogna confondere le nuove dinamiche estorsive con il fatto che il pizzo non sia più centrale: una mafia senza pizzo non è più mafia, è un’altra cosa. Il pizzo è la dimensione identitaria della mafia perché oltre che soldi garantisce il controllo del territorio, la sottomissione degli imprenditori, il potere. Ad esempio, negli ultimi anni le mafie hanno manifestato meno aggressività, più tolleranza per chi non si piega, vanno meno pesanti sugli importi. Con De Lucia, più di quindici anni fa, abbiamo sottolineato come l’estorsione ai tempi di Provenzano si manifestasse nel “pagare poco, pagare tanti”. Se oggi le dinamiche estorsive sono meno violente non è un fatto casuale: le mafie sanno che oggi una maggiore aggressività eleva il rischio d’essere denunciati, che per atti clamorosi di intimidazione pagherebbero un prezzo che non avrebbero certamente pagato negli anni ottanta. E questo è conseguenza della crescita del movimento antiracket, di un’azione di contrasto assai più incisiva, di una diversa sensibilità nell’opinione pubblica. Questo dato ci da la misura di quanta strada si sia fatta, grazie a istituzioni e ad associazionismo. Non è vero che non cambia nulla: noi siamo la testimonianza di quanto il nostro Paese sia cambiato. Ma non bisogna illudersi che poiché c’è meno violenza non c’è più il racket. Il problema centrale riguarda il condizionamento dell’economia: per le mafie è assolutamente centrale condizionare la vita delle imprese, col pizzo in  primo luogo, ma anche con l’infiltrazione e l’acquisizione della proprietà di aziende pulite. E, purtroppo, ancora oggi costituisce una drammatica realtà e non solo al Sud. In conclusione, ci sono alcune questioni che ci chiamano direttamente in causa in quanto esperienza antimafia. Che nell’opinione pubblica ci sia oggi un atteggiamento più esigente nei confronti di chi rivendica un’identità antimafia, per me non è un dato negativo. Chi si presenta con questa identità  ottiene giustamente una linea di credito: c’è il coraggio, la costanza, il sacrificio, il rischio. Ma attenzione a non equivocare questo credito con una generalizzata immunità. Noi diciamo sempre ai nostri dirigenti che proprio perché si è più esposti si è obbligati a comportamenti più virtuosi di altri. Oggi si registra una diversa percezione a livello di opinione pubblica dell’antimafia e dei suoi protagonisti anche perché a differenza di 30 anni fa oggi non si trova nessuno che non si definisca antimafioso, c’è un’overdose di parole e di retorica. Nel momento in cui oggi vengono rivolte critiche al mondo dell’antimafia noi dobbiamo avere un atteggiamento di apertura e non di chiusura. Non bisogna fare come accadde all’indomani del famoso articolo sui professionisti dell’antimafia scritto da Leonardo Sciascia. Se allora, quasi trenta anni fa, invece di chiudersi nella difesa e nell’ostracismo allo scrittore, nostro vero maestro, si fossero affrontati nel merito le cose poste, pur sbagliate nell’individuazione degli esempi (Paolo Borsellino), probabilmente l’antimafia sociale avrebbe avuto oggi più forza. Non bisogna temere le critiche e le contestazioni. Possono alla fine essere uno stimolo. Mi voglio soffermare solo su tre aspetti. Quella linea di credito è incompatibile con il tentativo di strumentalizzare politicamente la propria identità antimafia. Quando si percepisce un uso strumentale a fini politici dell’antimafia, quando l’antimafia appare come uno strumento per conseguire posizioni di potere è l’intera impalcatura a perdere di credibilità e quel credito diventa un boomerang. Il secondo problema dipende dalla legittima preoccupazione di non avere adeguati anticorpi nell’impedire forme di infiltrazione nel mondo antimafia. Spesso si richiama l’attenzione sui tentativi di infiltrazione delle associazioni. Racconto solo un esempio. A Casapesenna c’era un gruppo di imprenditori che pensava di costituire un’associazione antiracket. Bene, questa non è mai stata costituita perché la FAI lo ha impedito, affidandosi, come si fa sempre da venticinque anni, alla valutazione delle forze dell’ordine sui singoli aderenti. La vicenda casertana dimostra l’esistenza di seri e concreti anticorpi che hanno impedito di strumentalizzare questo importante strumento di sostegno degli imprenditori che denunciano. C’è infine chi contesta all’antimafia di non essere più un soggetto di opposizione al potere ma di essersi appiattita su posizioni istituzionali: trenta-quaranta anni fa questa obiezione sarebbe stata del tutto fondata, ma oggi con il radicale cambiamento delle istituzioni (forze dell’ordine e magistratura, in primis) appare anacronistica. Un movimento antimafia oggi deve essere opposizione al potere mafioso, e non a quello istituzionale. Si possono e si devono criticare le istituzioni quando lo si ritiene ma questo dato non può oggi essere un dogma. Sicuramente sotto il profilo delle istituzioni siamo in un mondo completamente diverso. Che senso ha oggi parlare di generale opposizione per essere un'antimafia "non ammaestrata" o “non sottomessa”? Gli interlocutori fondamentali del movimento antiracket, senza i quali oggi non avremmo ottenuto risultati, sono i prefetti, i procuratori della Repubblica, poliziotti, carabinieri e finanzieri. Voglio dire che la qualità della professionalità e la natura delle motivazioni di queste donne e di questi uomini non possono essere per nulla paragonati a 30 anni fa. E oggi non ha più alcun senso la conflittualità del movimento della società civile con questi profili istituzionali. C'è un punto fermo nella nostra storia: abbiamo capito che rendere efficace la nostra iniziativa ci obbligava a essere rigorosamente apartitici e anche, in un certo senso, paraistituzionali nel momento in cui interveniamo con le nostre vittime nei procedimenti penali. Ognuno di noi ha dovuto rinunciare a esplicitare i propri orientamenti politici e a volte ha dovuto contenere le polemiche: ma questo è stato il prezzo da pagare per poter svolgere correttamente il nostro lavoro d’essere d’aiuto ai nostri colleghi che denunciano. Se l'antimafia apparisse di parte, allora sì che sarebbe indebolita la battaglia contro la criminalità organizzata. Alcuni mesi addietro abbiamo avanzato la proposta di una "Carta delle antimafie". Oggi l'antimafia non può che essere plurale. Non può esserci una sola antimafia, ma le antimafie; e di conseguenza non può esserci un pensiero unico dell'antimafia o un'unica centrale che distingue i buoni dai cattivi. Il vero problema è che tutte le esperienze devono condividere momenti di reciproca legittimazione. E' indispensabile il confronto e anche la concorrenza, che non necessariamente è una brutta parola... L'importante è sottrarsi ad una sterile conflittualità. Questo è l'invito che rivolgiamo a tutti gli altri protagonisti dei movimenti della società civile: ragioniamo insieme e individuiamo princìpi, regole e modalità concrete per stilare una “carta” comune. Centrare questo obiettivo sarà di grande importanza per tutti, ma soprattutto per il nostro Paese. Poi, che ci siano indagini istituzionali (Commissione antimafia) o inchieste giornalistiche sul mondo dell’associazionismo antimafia è un bene per tutti. Ciò che bisogna evitare è una pericolosa generalizzazione che alla fine azzera le importanti iniziative della società civile contro la mafia. Discutere nel merito delle cose che non funzionano è altra cosa di quelle posizioni nichilistiche che sembrano interessate a distruggere e delegittimare tutto. Come ci ha insegnato Sciascia c’è la ragione che ci aiuta a distinguere e a separare il grano dalla zizzania e a questa ragione noi dobbiamo sempre richiamarci.