Saffioti, eroe contemporaneo: 14 anni fa disse «no» alla ‘ndrangheta


Gaetano Saffioti

Le macchine smisero di transitare per ore sulla vicina strada statale. Persino i galli cessarono di cantare quella mattina. La cittadina di Palmi (RC), in quel 25 gennaio del 2002, si trasformò improvvisamente in un’isola deserta. Probabilmente suggestione, un’impressione, ma quella mattina qualcosa successe e la vita di Gaetano Saffioti cambiò per sempre. Quella mattina, dopo vent’anni di intimidazioni, estorsioni e testa china, Saffioti decise di farla finita e riprendersi la sua libertà: si recò in procura e denunciò le ‘ndrine Piromalli e Bellocco che per decenni lo avevano privato della sua vita, della sua libertà e del suo diritto di fare impresa senza dar conto a nessuno se non allo Stato.Peccato che la ‘ndrangheta si senta lo Stato e non ne accetti nessun’altro. Anzi, la ‘ndrangheta crede che lo Stato sia in debito con lei dal momento che questo amministra ed è presente nei suoi territori. E dunque, con le intimidazioni, le estorsioni, il sangue e la corruzione, le ‘ndrine non fanno altro che riprendersi ciò che considerano di loro proprietà per vincolo di nascita. La ‘ndrangheta è la parte indigena della Calabria, mentre lo Stato rappresenta lo straniero. E non è solo una questione teorica e/o ideologica: se si va al fondo, se ci si addentra nelle periferie culturali, ci si rende conto che la realtà spesso coincide.Nessuno può aprire un negozio senza chiedere il permesso alla ‘ndrangheta. Nessuno può assumere, nessuno può fare niente di tutto ciò che altrove viene considerato normale, ordinario, superfluo, senza chiedere il permesso alla ‘ndrangheta, senza sottomettersi alla sua legge.
Come la Ditta Saffioti che non era libera di scegliere i materiali, gli appalti, le singole quantità da trasportare. Non era nemmeno libera di dire sì o no rispetto alla volontà di effettuare o meno un lavoro. La Ditta Saffioti era obbligata a pagare una sorta di pedaggio al boss locale quando, con i suoi mezzi, transitava da un paesino all’altro del reggino. Gaetano Saffioti, pensate, non era libero di prendere la ghiaia dalla propria cava (utile alla miscela del calcestruzzo) ma era obbligato ad acquistarla da terzi  e per di più a un prezzo maggiorato e di qualità inferiore. Quando Gaetano sbagliava – quando si ribellava alle loro prepotenze e ai loro obblighi, per intenderci – la punizione precedeva le motivazioni: prima gli bruciavano gli automezzi e dopo gli spiegavano il perché.Il pressing del racket continuò a diventare sempre più pesante non solo dal punto di vista economico. Saffioti – come spiega in un incontro sul tema criminalità – deve la sua dedizione al lavoro e la sua caparbietà agli insegnamenti di suo padre Vincenzo, morto quando lui era ancora minorenne. La sua condizione sociale, che lo vedeva ostaggio e privo di libertà, lo spinse a riflettere su quali basi avrebbe potuto trasmettere a suo figlio valori quali “legalità” e “coraggio”, se la sua vita fosse rimasta ancora sotto il giogo di quei finti uomini d’onore. Anche per questo registrò per mesi gli incontri con i clan  e li portò in procura. Era stufo, stanco, delegittimato dal suo ruolo di padre prima e di imprenditore poi. Dopo la denuncia iniziò la solitudine.Denunciare in Calabria, specie nella Piana, significa essere degli «imprudenti», degli «infami». E per le logiche proprie della subcultura ‘ndranghetistica – cultura che contamina tutto ciò che c’è intorno – queste persone sono da allontanare e non solo per la paura di morire ma soprattutto per quella di vedersi, piano piano, chiudere le porte una dietro l’altra. Come successe a Gaetano: nessuno più volle i soldi che dava in qualità di sponsor a squadre o che donava alle associazioni; i politici che prima affollavano il suo ufficio per chiedergli voti o proporgli candidature sparirono di colpo; le banche in cui aveva soldi depositati gli bloccarono i conti; i fornitori iniziarono a cessare i rapporti con lui. D’un tratto, Saffioti, si trovò da solo con la propria libertà e il proprio coraggio ma con attorno un sistema troppo fragile. Un sistema omertoso.Dopo la denuncia che fece scattare l’operazione “Tallone d’Achille” con oltre 40 arresti, molti operai lo lasciarono, gli appalti pubblici assegnati sempre ad altri e nemmeno il sindaco di Palmi, un ex questore, lo volle a lavorare «anche gratis per ritrovare la dignità»: il fatturato della Ditta Saffioti da 15 milioni si ridusse a 500.ooo euro. Le intimidazioni continuarono ma lui non mollò.Gaetano è rimasto in Calabria da uomo libero nonostante, in Calabria, continua a lavorare poco. In compenso è molto ricercato all’estero: da quasi dieci anni lavora a Dubai e il suo cemento ricopre parte dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Nel 2014 poi, è stato con la sua ditta l’unico a presentarsi al bando per la demolizione della casa dei Pesce, una delle ‘ndrine più potenti della Calabria. L’ordinanza di demolizione risaliva addirittura al 2002.Gaetano Saffioti è sotto scorta da più di un decennio; non fa la vittima e continua a lavorare e a rimanere nella terra che gli ha dato i natali. Gaetano non è fuggito, non ha cambiato identità e ha deciso di non essere un peso per lo Stato ma al contrario è rimasto da contribuente. Saffioti si spende e con la sua storia va in giro per l’Italia a far capire che la ‘ndrangheta esiste veramente e toglie all’individuo ogni barlume di dignità e libertà.«Credo che si possa e si debba cambiare, con tutto quello che ci può accadere»Un eroe contemporaneo, un calabrese, imprenditore, testimone di giustizia; un motivo d’orgoglio per il quale sentirsi fiero di essere nati qui, nella terra dimenticata da Dio e dallo Stato. Inoltre, consapevole di quanto costi alla comunità un testimone di giustizia, ha deciso di rinunciare anche alla più piccola delle indennità (scorta a parte, ovviamente) e vivere, con la sua famiglia, grazie al suo sudore e alla sua capacità imprenditoriale che da ormai 14 anni è ritornata a potersi esprimere sul libero mercatodi Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico


articolo apparso su 'Il Pitagorico' lunedì 25 gennaio